Isso pode te servir, foi mais ou menos o que meu pai me disse, no seu falar meio grunhido. Era como se ele, cansado, me passasse um bastão que de alguma forma eu deveria levar adiante
Pouco antes de morrer, meu pai me. chamou ao escritório e me entregou um livro de capa preta que eu nunca havia visto. Era o dicionário analógico de Francisco Ferreira dos Santos Azevedo. Ficava quase escondido, perto dos cinco grandes volumes do dicionário Caldas Aulete, entre outros livros de consulta que papai mantinha ao alcance da mão numa estante giratória. Isso pode te servir, foi mais ou menos o que ele então me disse, no seu falar meio grunhido. Era como se ele, cansado, me passasse um bastão que de alguma forma eu deveria levar adiante. E por um bom tempo aquele livro me ajudou no acabamento de romances e letras de canções, sem falar das horas em que eu o folheava à toa; o amor aos dicionários, para o sér¬vio Milorad Pavic, autor de romances-enciclopédias, é um traço infantil no caráter de um homem adulto.
Palavra puxa palavra, e escarafunchar o dicionário analógico foi virando para mim um passatempo (desenfado, espairecimento, entretém, solaz, recreio, filistria). O resultado é que o livro, herdado já em estado precário, começou a se esfarelar nos meus dedos. Encostei-o na estante das relíquias ao descobrir, num sebo atrás da Sala Cecilia Meireles, o mesmo dicionário em encadernação de percalina. Por dentro estava em boas condições, apesar de algumas manchas amareladas, e de trazer na folha dc rosto a palavra anauê, escrita a caneta-tinteiro.
Com esse livro escrevi novas canções, decifrei enigmas, fechei muitas palavras cruzadas. E ao vê-lo dar sinais de fadiga, saí de sebo em sebo pelo Rio de Janeiro para me garantir um dicionário analógico de reserva. Encontrei dois, mas não me dei por satisfeito, fiquei viciado no negócio. Dei de vasculhar livrarias país afora, só em São Paulo adquiri meia dúzia de exemplares,e ainda arrematei o último à venda na Arnazon.com antes que algum aventureiro o fizesse. Eu já imaginava deter o monopólio (açambarcamento, exclusividade, hegemonia, senhorio, império) de dicionários analógicos da língua portuguesa, não fosse pelo senhor João Ubaldo Ribeiro que ao que me consta também tem um, quiçá carcomido pelas traças (brocas, carunchos, gusanos, cupins, térmitas, cáries, lagartas-rosadas, gafanhotos, bichos-carpinteiro.
A horas mortas, eu corria os olhos pela minha prateleira repleta de livros gêmeos, escolhia um a esmo e o abria a bel-prazer. Então anotava num Moleskine as palavras mais preciosas, a fim de esmerar o vocabulário com que eu embasbacaria as moças e esmagaria meus rivais.
Avevo 8 anni nel febbraio del '53, quando sono sbarcato a Roma con mia madre e tanti fratelli. Mio padre giā c'era da qualche mese, invitato dall'Universitā di Roma, come professore di studi brasiliani. Mi ricordo che era notte fonda quando siamo entrati nel palazzo di via San Marino, che papā ci aveva descritto nelle sue lettere. Io, l'appartamento, l'ho trovato un po' grande, troppo vecchio, troppo oscuro, troppo umido, e c'era un problema con il riscaldamento. Quella notte, vestito col cappotto, sotto le coperte, restai immobile a letto, gli occhi aperti.
Il giorno dopo, c'era giā il sole ed era tutto novitā. C'era la pastasciutta, il bicchiere di vino, c'era via Nomentana, villa Torlonia, Porta Pia, c'era l'autobus per piazza Fiume, c'era il cine Capranica e il cine Capranichetta, c'era la Lollobrigida, c'era "Pane, Amore e Fantasia". E correvo in bicicletta nel viale Gorizia, imparavo parole belle come calcio di rigore, rovesciata, Sampdoria, Sentimenti IV, ed imparavo parolacce che insegnavo alle mie sorelle. Mia madre conosceva abbastanza bene l'italiano, tranne i calciatori e alcune parolacce, e mio padre aveva un certo accento napoletano, perché imitava Roberto Murolo nel cantare Anema e Core. Papā aveva anche una professoressa d'italiano, e ho ben presente il giorno in cui la presentō alla famiglia, pių o meno con lo stesso orgoglio con il quale ci aveva introdotto a quel palazzo freddo, polveroso e mezzo rovinato. La signorina, perō, era molto giovane, fresca, luminosa, la pelle molto chiara, i capelli molto neri, gli occhi enormi, e nel guardarla ho capito la parola desiderio. Mi avevano spiegato che l'Italia era un paese povero, appena uscito da una guerra atroce. Non ci facevano studiare in una scuola italiana perché l'insegnamento non era soddisfacente, cosė dicevano. Ci hanno iscritto alla Notre Dame International School, ed io pensavo sempre a mio padre che, venuto da cosė lontano, forse non era un insegnante soddisfacente, o dava lezioni in una scuola atroce. La mia era una scuola dove si parlava in inglese, si leggeva Mark Twain e si giocava a baseball.
Quando il palloncino era gettato fuori le mura, cosa che accade ad ogni minuto in quello sport bizzarro, toccava a me andare a cercarlo gių in via Aurelia o chiederlo al giardiniere di una villa vicina. Quasi tutti i miei colleghi erano bambini nordamericani che non avevano l'abitudine o la necessitā di parlare la lingua degli altri. Ho fatto anche lė qualche amicizia, ma in veritā non amavo la scuola americana, perché li dentro mi sentivo pių straniero che per strada. Infatti, per i miei colleghi, io, un certo Francisco, originario da un vago Brasile, ero italiano e mi chiamavo Francesco.
Nel gennaio del '69, quando sono tornato a Roma, ho ritrovato i monumenti, i palazzi, le fontane, i viali, tutto lė, uguale ai miei ricordi, solo un poco pių piccolo. Giā nella prima mattina ho camminato per le strade della mia infanzia, sicuro di poter rivedere gli stessi personaggi di tanti anni prima, magari piccolini anche loro. Mi sentii perō come il miope di Italo Calvino, incontrando volti sconosciuti o salutando gente che non mi rispondeva. Mi sono smarrito in un labirinto vicino al Pantheon. Ho girato per i vicoli deserti, fra case gialle con porte e finestre chiuse, poi sono capitato in una piazza con la statua di un elefante, e all'ombra della chiesa c'era un carabiniere che dormiva seduto sul cavallo. Ho svegliato il carabiniere, perché avevo bisogno di un'indicazione, ma in seguito rimasi muto. Mi venivano in mente parole sciolte come Sampdoria, calcio d'angolo, e in quel momento mi resi conto che non sapevo pių parlare l'italiano.
Umiliato, ritornai infine in albergo, dove mia moglie, incinta, parlava al telefono con Rio de Janeiro. Le notizie del Brasile non erano meravigliose, di modo che il mio soggiorno all'estero, previsto per tre settimane, si doveva prolungare per una durata incerta. Mi sono dunque stabilito a Roma, cambiando l'albergo Raphael per un appartamento in un quartiere nuovo che assomigliava ad un suburbio di Rio, piuttosto che a Roma. Roma, la sentivo adesso pių dura, come se sospettasse che vivevo in lei pensando a un'altra.
Era vero, ma allo stesso tempo ero deciso a non pensare pių alla mia cittā. Il mio cuore voleva pensare a Roma, soltanto a Roma. Ho inciso un disco in italiano quasi senza accento, sono andato alla radio e alla tv, ho cantato in mezzo a piazza Navona, ma Roma non mi ha capito. Ho inventato un samba in dialetto romanesco, ma Roma non č scema. Ho detto a Roma che a Rio non mi volevano, le ho detto che non potevo vivere cosė per aria, senza una cittā. Ero ridicolo, volevo disperatamente che Roma mi accettasse. Allora ho offerto a Roma la mia primogenita.
Mia figlia Silvia č nata romana e Roma ha inviato alla Clinica Moscati due poeti. Vinicius de Moraes fece registrare da un'infermiera il primo pianto della bimba. E alla madre Giuseppe Ungaretti diceva "Bella!, bella!". Poi Roma mi ha accolto al Piazzale Flaminio, in un appartamentino con un balconcino dove si vedeva Villa Borghese. Da lė uscivo a piedi per via del Corso, piazza Colonna, il cine Capranica e il cine apranichetta, poi via del Tritone, la fontana di Trevi e il Ristorante Al Moro, dal quale una notte ho visto uscire Federico Fellini e restai muto, perché mi sembrō che venisse a cavallo. Alla fine Roma mi ha dato pochi amici, perō sono amici fatti come Roma, per sempre. In questa cittā ho vissuto ancora un anno e mezzo, e quelli non potevano essere i tempi pių felici della mia vita. Ma con il consenso di Roma, ci ho vissuto un tempo che, altrove, sarebbe stato chissā invivibile.
Il poliziotto a Fiumicino guarda e riguarda ogni foglio del mio passaporto. Scuote la testa, cerca il mio nome nel computer, chiama al telefono, e tutta questa operazione giā me l'aspettavo. Siamo ormai un paese ricco, e il mio documento č sempre quello di un cittadino sudamericano. Chiude il passaporto, riapre il passaporto, mi osserva e osserva la foto, nella quale io stesso non mi riconosco, perché mi ci vedo con la faccia di mio padre quando č venuto a insegnare a Roma. "Musicista!", esclama infine il poliziotto, e d'un tratto si mette a suonare un tamburo immaginario. Mi rivela che č anche lui un contrabassista dilettante, e mi restituisce il passaporto dicendosi un fan della nostra musica."Musica latina", aggiunge, e mi diverte sapere che, nel cuore del Lazio, si chiama latina una musica talmente estranea. Giro per l'aeroporto che non ricordavo cosė grande. Dopo trent'anni l'hanno ampliato, ma č anche possibile che con il tempo gli oggetti della memoria comincino a comprimersi, come dentro un autobus strapieno. Quando riesco a prendere la mia valigia, mi vedo dinnanzi una giovane con un sorriso che mi č familiare. Č una signorina cosė fresca, cosė luminosa, con la pelle cosė chiara, i capelli cosė neri, gli occhi cosė grandi, che potrebbe essere una professoressa d'italiano. Ma invece č l'agente di turismo che mi chiede: May I help you? No, grazie, le dico, il mio nome č Francesco
(Discurso escrito em Italiano e lido por Chico Buarque de Holanda, no dia 31 de marįo, ao receber o Pręmio Roma-Brasília, Cidade da Paz, conferido pelo prefeito de Roma, Francesco Rutelli. A versão do italiano para o portuguęs, foi feita por Araújo Netto, correspondente do JB em Roma.)
Tinha oito anos em fevereiro de 1953, quando desembarquei em Roma com minha mãe e tantos irmãos. Meu pai já estava aqui há alguns meses, como professor de Estudos Brasileiros. Recordo-me de que era já noite funda quando entramos no palazzo (como os italianos chamam os antigos edifícios) da Via San Mariano, que papai nos tinha descrito nas suas cartas. Achei o apartamento um tanto grande demais, muito velho, muito escuro, muito úmido. E tinha um problema com o aquecimento. Naquela noite, vestido com o capote, debaixo dos cobertores, fiquei imóvel na cama, os olhos abertos.
No dia seguinte, já tinha sol no jardim da casa e tudo era novidade. Tinha a pastaciutta, o copo de vinho, a Via Nomentana, Villa Torlonia, Porta Pia, o ônibus pela Piazza Fiume, tinha o Cine Capranica, o Cine Capranichetta, tinha a Lollobrigida, tinha Pane, amore e fantasia. E eu corria em bicicleta pelo Viale Gorizia, brincava com novos amigos, aprendia belas palavras, como calcio di rigore (pênalti), rovesciatta (rebatida), Sampdoria (clube de Gênova), Sentimenti IV (goleiro do Juventus), e palavrões que ensinava às minha irmãs. Minha mãe conhecia bastante bem o italiano, mas não os jogadores de futebol e palavrões, e meu pai tinha um certo acento napolitano, porque imitava roberto Murolo ao cantar Anema e core. Papai tinha também uma professora de italiano, e eu me lembro bem do dia em que a apresentou à família, mais ou menos com o mesmo orgulho com que tinha nos introduzido naquele palazzo frio, empoeirado e meio arruinado. A signorina, porém, era muito jovem, viçosa, luminosa, a pele muito clara, os cabelos muito negros, os olhos enorme, e ao olhá-la compreendi logo a palavra desiderio (desejo).
Tinham me explicado que a Itália era um país pobre, apenas saído de uma guerra atroz. Não nos faziam estudar numa escola italiana porque o ensino não era satisfatório, assim diziam. Fomos matriculados na Notre Dame International School, e eu pensava sempre no meu pai que, vindo de tão longe, talvez não fosse um professor satisfatório ou dava lições numa escola atroz. A minha casa era uma escola onde se falava em inglês, lia-se Mark Twain e se jogava beisebol. Quando a bolinha era atirada fora dos muros, coisa que acontece a cada minuto naquele esporte bizarro, cabia a mim procurá-la lá na Via Aurelia ou pedi-la ao jardineiro de uma casa vizinha. Quase todos os meus colegas eram meninos norte-americanos que não tinham o hábito ou a necessidade de falar a língua dos outros. Ali também fiz algumas amizades, mas na verdade não amava tanto a escola americana, porque lá dentro me sentia mais estrangeiro do que na rua. De fato, para os meus colegas, eu, um certo Francisco, originário de um vago Brasil, era italiano e me chamava Francesco.
Em janeiro de 1969, quando voltei a Roma, reencontrei os monumentos, os palazzi, as fontannne (fontes), os viali (avenidas), tudo ali, tudo igual às minhas recordações, somente um pouco menor. Logo na primeira manhã caminhei pelas ruas da minha infância, certo de poder rever os mesmos personagens de tantos anos atrás, talvez pequeninos eles também. Senti-me porém como o míope de Italo Calvino, encontrando rostos desconhecidos ou cumprimentando gente que não me respondia. À hora do almoço, perdi-me num labirinto perto do Pantheon. Vaguei pelos becos desertos, entre casas amarelas com portas e janelas fechadas, depois me encontrei numa praça com a estátua de um elefante, e à sombra da igreja tinha um carabiniére que dormia sentado no cavalo. Despertei o carabiniére, porque precisava de uma indicação, mas em seguinda permaneci mudo. Vinham-me à mente palavras soltas como Sampdoria, calcio d'angolo (córner), e naquele momento me dei conta de que não sabia mais falar o italiano. Humilhado, voltei ao hotel, onde minha mulher, grávida, falava ao telefone com o Rio de Janeiro. As notícias do Brasil não eram maravilhosas, de modo que minha permanência no exterior, prevista para três semanas, devia se prolongar por uma duração incerta. Estabeleci-me em Roma , deixando o Albergue Raphael por um apartamento num bairro que parecia mais um subúrbio do Rio.
Roma, a sentia agora mais dura, como se suspeitasse de que vivia nela pensando numa outra. Era verdade, mas ao mesmo tempo estava sinceramente decidido a não pensar mais na minha cidade. O meu coração queria pensar em Roma, somente Roma. Gravei um disco em italiano quase sem acento, fui à radio e à televisão, cantei no meio da Piazza Navona, mas Roma não me compreendeu. Inventei um samba em dialeto romanesco, mas Roma não é boba. Disse a Roma que no Rio não me queriam, disse-lhe que não podia viver assim no ar, sem uma cidade. Era ridículo, queria desesperadamente que Roma me aceitasse. Então ofereci a Roma minha primogênita.
Minha filha Sílvia nasceu romana no fim de março, e Roma mandou à Clínica Moscati dois poetas. Vinícius de Morais fez uma enfermeira gravar o primeiro choro da criança. E à mãe ainda adormecida, Giuseppe Ungaretti dizia: "Bella!, bella!". Depois Roma me acolheu no Piazzele Flaminio, num apartamentinho com um balcãozinho de onde se via a Villa Borghese. Dali saía a pé pela Via del Corso, Piazza Colonna, o Cine Capranica, o Cine Capranichetta e daí pela Via Tritone, Fontana de Trevi e o restaurante Al Moro, do qual uma noite vi sair Federico Fellini e emudeci, porque me pareceu que viesse a cavalo. No fim, Roma me deu poucos amigos, mas amigos feitos como Roma, para sempre. Nesta cidade vivi ainda um ano e meio, e aqueles não podiam ser os tempos mais felizes da minha vida. Mas com o consenso de Roma, nela vivi um tempo que, em outra parte, talvez teria sido invivível.
Em Fiumicino (aeroporto romano), o policial olha e torna a olhar cada folha do meu passaporte, sacode a cabeça, procura o meu nome no computador, chama alguém pelo telefone. Já esperava toda essa operação. Estamos já num país rico, e o meu documento é sempre aquele de um cidadão sul-americano. Fecha o passaporte, reabre o passaporte, me observa e observa a foto, na qual nem eu mesmo me reconheço, porque me vejo com a cara de meu pai quando veio ensinar na Universidade de Roma. "Músico", exclama enfim o policial, e de repente se põe a tocar um tambor imaginário. Revela-me que ele também é um contrabaixista diletante, e me restitui o passaporte dizendo-me um fã da nossa música, a música étnica. "Musica latina", acrescenta, e me diverte saber que no coração do Lácio se chama latina uma música tão estranha. Giro agora pelo aeroporto que não recordava tão grande. Depois de 30 anos o ampliaram, sem dúvida, mas é possível também que com o tempo os objetos da memória comecem a comprimir-se, como se estiessem dentro de um ônibus superlotado. Quando consigo pegar minha maleta, que rodava também solitária no aeroporto, me vejo diante de uma jovem com um sorriso que me é familiar. É uma signorina tão viçosa, tão luminosa, com a pele tão clara, os cabelos tão negros, os olhos tão grandes, que poderia ser uma professora de italiano. Mas ao contrário é a agente de turismo que me pergunta: "may I help you?". No, grazie, le dico, il mio nome é Francesco.
(Discurso escrito em Italiano e lido por Chico Buarque de Holanda, no dia 31 de março, ao receber o Prêmio Roma-Brasília, Cidade da Paz, conferido pelo prefeito de Roma, Francesco Rutelli. A versão do italiano para o português, foi feita por Araújo Netto, correspondente do JB em Roma.)
Entro num bar repleto de franceses e já começo a cantar seus hinos, sem saber se estou torcendo pela França ou contra os croatas. Defronte da tela gigante os franceses cantam, cantam muito, improvisam refrões a todo momento, dão vivas e bravos sempre que o goleiro bate o tiro de meta. É divertido, é como se eu visse o jogo em qualquer cidade do Brasil, num bar feminino. Aqui na França muita gente acaba de descobrir o futebol, a exemplo de tantas brasileiras que, na copa do mundo, sofrem algum tipo de desordem no seu metabolismo. De um dia para outro essas mulheres mudam de figurino, de penteado, de temperatura, almoçam em pé, falam dormindo, de madrugada pronunciam nomes de homens misteriosos, tipo Zinedine Zidane. Devo dizer que assistem às partidas com sincera aplicação, disparando vez por outra observações bastante originais, que jamais ocorreriam a um comentarista graduado. Agora, naquele bar, os franceses festejam o terceiro gol, de Zinedine Zidane, que eu francamente não havia percebido. Passa o replay, é um belo lance, mas a bola bate na rede pelo lado de fora. Era o que eu tentava argumentar, quando fui expulso.
A festa toma as ruas, e os refrões já anunciam o Brasil como a próxima vítima. Busco asilo em restaurante italiano, onde a derrota para a França, dez dias atrás, ainda é prato quente. Brasiliano? A casa, que já estava fechando as portas, num instante se reacende feito casa de jogos clandestina. "Mozzarella in carrozza, carcioffi alla giudia...", declama o garçom, porque nessas cantinas dispensam o menu, sendo os pratos italianos tão saborosos aos ouvidos. "Cafu"!", intervém o ajudante de garçom, que logo rabisca na minha toalha uma estratégia, de sua autoria, para o nosso lateral chegar à linha de fundo e espaventar os franceses. É romanista, justifica um terceiro, torcedor do Milan e fã do Leonardo, que deve investir em velocidade pelo centro do ataque. Desta vez é o patrão quem sai de seus cuidados, abandona a caixa registradora e põe-se a recitar: "spaghetti alla puttanesca, pesce all'acqua pazza...". É um velho juventino, e já sentado à minha mesa, depois de um gole de grappa confessa sua admiração por Zinedine Zidane. Turim, Milão, Roma, Parma, Gênova, há franceses jogando em cada uma dessas cidades, e os italianos são, antes de tudo, fanáticos por seus clubes. A Itália que Garibaldi unificou, lamenta o patrão, o futebol parte em pedaços. Neste domingo, porém, ele, os garçons, a torcida do Juventus, a Itália inteira estará com o Brasil. Para se vingar da França, suponho. Não, senhor, em homenagem a Ronaldinho. É o cozinheiro calabrês quem traz pessoalmente o tiramisù e o resumo da ópera: "Ronaldo è amato da tutti".
Ronaldinho anda lento, gordo, ganhando muito dinheiro, assim falava um brasileiro nos arredores do Velódromo de Marselha, para quem quisesse ou não quisesse ouvir. Passou por mim, a obesa criatura, e tinha o nome Ronaldo impresso nas costas da camisa estufada, com o número 9 tão largo, que mais parecia um zepelim. Coisa de brasileiro? Não, nem tudo é coisa de brasileiro. Para a turma do bar, a França só tem retaguarda. Para a turma da cantina, a Itália tem medo de vencer. Falta harmonia, diz a Holanda a respeito da própria seleção. A Nigéria é badulaque só, diz a Nigéria. A Alemanha está velha, diz a Alemanha. A copa do mundo às vezes lembra um concurso de misses, com mães desnaturadas na platéia. E aos olhos das mães alheias, o futebol do Brasil continua sendo o mais bonito, o mais alegre, o mais espetacular, essas coisas que nos habituamos a ouvir em língua estrangeira. Mesmo quando não está em seus melhores dias, padece de um mal passageiro, é uma miss resfriada, porque ao Brasil tudo se perdoa, exceto que não jogue como joga o Brasil. Apontam ainda em nossa equipe virtudes que, por conhecê-la de muito perto, não enxergamos. Um pouco como, em família, se demora a admitir que a filha adolescente criou corpo. E eu aqui, na véspera da decisão, com esse nome absurdo na cabeça, Zinedine Zidane. Bobagem. A França tem um único craque capaz de nos preocupar, quando for aclamado pelo estádio em coro. Chama-se A Marselhesa, e naqueles minutos os brasileiros podem vacilar, morder a língua, ou cantar junto.Charge: Carlinhos
Segunda-feira, seja quem for o campeão do mundo, as mulheres acordarão meio enjoadas. Terça feira, nos bares, os franceses dirão "uff" e "bof". E o Brasil? Na quarta-feira, querida, o Brasil desaparecerá do mapa-múndi, e durante quatro anos quedará submerso, para ressurgir glorioso na copa do Japão. Não é um país sério, teria dito o general francês. Houve desmentidos, houve indignação, não sei por quê. O Brasil talvez seja isso mesmo, um país que impõe respeito, quando brinca.
Songbook de Tom Jobim, 4ª. edição, Ed. Lumiar, volume 1 - 1990
Eu era um garoto que, como os outros, amava a Bossa Nova e o Tom Jobim. Queria ser um compositor igual ao Tom Jobim. Não gostava mais das canções desesperadas. Só queria aquela música que era toda enxuta, porque derramada para dentro. Queria tocar piano igual ao Tom Jobim. Como nada me saísse direito, eu disse "este piano é uma droga" e fugi de casa. Queria contar histórias igual ao Tom Jobim.
Fui dar na casa de Tom Jobim em Ipanema. Aloysio de Oliveira me apresentou a ele e eu mostrei meu samba no violão. Tom olhou. Noutro dia, inventou um acorde para o meu samba, ficou repetindo o acorde dele e dizendo "você é um craque". Quando o Tom entra com um acorde dele, parece que abriram a janela.
Foi para Nova Iorque, gravou com Sinatra e o pessoal disse "poxa". Voltou porque sentiu saudade dos chatos. Se mudou para o Leblon, mas continuou no bar de Ipanema. Me deu parceria, um pouco para se vingar de Vinícius, que estava saindo muito com Baden e Edu. Nossa Sabiá foi vaiada no Maracanãzinho e ele chorou um pouquinho no túnel Rebouças.
Me telefonou de Londres para Roma, preocupado com a poluição do ar. Desligou 50 minutos depois. Me acordou de madrugada porque se lembrou que a poluição no ar também é coisa grave. Esteve comigo em Roma, mas não gostou da cerveja.
De volta ao Rio, passeamos bastante. Bebemos uísque no Antonio's, no Luna Bar, na sauna, no Canecão, depusemos juntos no Dops. Vi Águas de Março sendo rabiscada. Às vezes, acho que é o samba mais bonito do mundo.
Me deu dois dicionários de espanhol, um de inglês, me emprestou The wast land em italiano, me releu Drummond, me emprestou seu feiticeiro, me ensinou arquitetura. Gostava do meu pai. Me falou do seu pai e um dia me levou para a sua sessão de análise, mas isso foi muito antes. Me ajudou a comprar um piano e me explicou que eu não levo jeito para pianista.
Outro dia completei um ano de Roma. Triste aniversário, um frio de cão. A cidade chuvosa e sem assunto, igual a quando cheguei e com um Vinícius a menos. Os amigos italianos só pensam em San Remo. Glauber Rocha, que, felizmente, nada tem com San Remo, está montando um leão de sete cabeças que não quero incomodar. Os jornais têm omitido os fatos brasileiros, com exceção do milésimo gol, e do Apolo 12. Enfim, a gente acaba aqui isolado, apavorado com a idéia de virar estrangeiro. Nisso aparece Jorge Ben e o Trio Mocotó, vindo do "Midem" de Cannes e já de saída para São Paulo. É o tempo de jantarmos juntos, o que me dá muita alegria, apesar de Nereu Mocotó misturar água com açúcar no vinho italiano.
Jorge Ben, que eu praticamente só conhecia de samba, é a cara de seus sambas. Pertence a outro mundo, outro critério. Só ele tem direito a cantar uma mulher de nome Domingas. Pode dizer tranqüilamente que "é olímpica a sua beleza" ou que "sambaby, eu sou um menino de mentalidade mediana". Pode até, imaginem só, afirmar que é Flamengo sem arriscar vexame. Um conhecido meu andou tentando julgar friamente os versos de "Domingas", "País tropical", "Crioula", "Silva Lenheira", etc. Isso de julgar samba friamente é como extrair raiz quadrada com excessivo calor humano, quase sempre dá errado. Mas Jorge e seus Mocotós partiram depressa sem explicar direito como foi o negócio lá em Cannes, no festival do "Midem". Agora cá está o jornal italiano que não me deixa nem exagerar. "O Pranto de Jorge Ben" é a manchete.
"Não é sempre que a gente vê - diz o jornal - um grande negro de calças escarlates chorar tão desconsoladamente como chorava esta noite o cantor brasileiro. Seus próprios acompanhantes pareciam preocupados, embora continuassem sorrindo ao público para tranqüilizá-lo. Jorge Ben chorava sobretudo com o nariz que se lhe dilatou e inchou ..." e vai por aí afora. O enorme sucesso de sua música, para o jornalista europeu, é de menos, estava previsto. Inédita é a sinceridade, a ingenuidade de Jorge chorando, enquanto sua cotação subia tantos pontos e seu nome era cogitado, cochichado, pechinchado, revendido e valorizado no mercado internacional do disco. O que parece melancólico, mas é ótimo, é de morrer de rir. É de mandá o plá pegá o tutu, comprá outro fu, machucá as escô e beliscá o mocotó das criô do pa-tro-pi. Mudando de pato pra ganso, deixa dizer que recebi do Brasil um caderno escolar da "Coleção Pra Frente" com minha fotografia sorridente na capa. Até muito bem. Aproveito inclusive para agradecer ao layouter que teve a delicadeza de me limpar a nicotina dos dentes. O diabo é a contracapa, onde resolveram imprimir e atribuir a meu nome uma espécie de poema intitulado "Jovem estudante". A honestidade profissional obriga-me a confessar que não sou autor de tal obra. Eu não poderia, não seria capaz. Portanto, peço desculpas ao jovem estudante, mas nunca me passou pela cabeça exortá-lo a "amar até mesmo os sonhos, acordado", ou a "nutrir na alma uma vontade enorme de vencer". Peço, enfim, o perdão do poeta, o autor verdadeiro, que tão humildemente sacrificou seu nome em meu favor.
Jornalista Araújo Netto garante que é Roma a cidade mais bonita do Brasil. Não sei não, será? Vejo Rio, Bahia, Ouro Preto e não encontro termos de comparação. Vamos lá que seja Roma a cidade brasileira onde se ouve o melhor samba de rua, exceção feita ao carnaval carioca. Em nenhum outro lugar, em nenhum outro agosto, você pode assistir a um bom sambinha grátis como o que Toquinho, ao violão, e Gláuber Rocha, à caixinha de fósforos, balançaram na Piazza Santa Maria in Trastevere. Juntou tanta gente que a polícia interveio, desconfiada de maconhas e mulheres nuas que ali não havia. E a cantoria seguiu até o dia seguinte
Por outro lado, pelos Alpes, vinha chegando Antônio Carlos Jobim. Mais descia no mapa e mais o desnorteava a familiaridade crescente, na paisagem, nos homens. O trem fazendo mais barulho, o calor, o milho vadio invadindo os trilhos, a gravata arreada do cobrador de passaporte, a senhora gorda ocupando o lugar errado, enfim Roma, o chofer de táxi falastrão, a minha casa, a feijoada, e uma batida de limão. Espiando pela janela, Tom olhou bem no capinzal do terreno baldio:
- Pois é, Chiquinho, e eu certo que você tinha deixado Brasil.
- Que nada, Antônio, continuo por aqui.
Vamos jantar no Moro, sede da melhor mais legítima cozinha romana. Não é restaurante para turista, lógico. Só tem brasileiro. Entre outras vantagens, no Moro você pode pendurar a conta no cabide aí em frente.
- Que bom que você veio, diz Odette Lara a Tom Jobim. Assim eu aproveito e faço a entrevista que O PASQUIM me pediu.
- Como?
- Sou correspondente d'O PASQUIM em Roma, diz Odette.
Muito ofendido, este repórter vai protestar mas é interrompido. Juca Chaves, que está noutra mesa, Maristella Denner, mete o nariz na conversa:
- Diga a O PASQUIM que eu não disse nada do que disse contra eles.
- O Carlinhos de Oliveira é que está do contra, diz uma terceira mesa lendo O Jornal do Brasil.
Aí todas as mesas começam a falar ao mesmo tempo, na maior animação. Só quem parece triste é o Grande Otelo, por causa de seu enorme sucesso em Veneza:
- Estou com 54 anos, que vantagem...
- O poeta é um ressentido, diz Tom Jobim. Não gosto de entrevista porque vivo citando o Drummond, e cito certinho, depois vem aquêle copy-desk e resolve corrigir. Então fica feio, sabe como é, e o Drummond vai acabar com raiva de eu ficar errando os versos dele por aí.
Carlos Leonam aparece na porta e pergunta por Hugo Carvana, mas este já se mandou na Ponte Aérea para o Rio.
- Senta aí que ele não deve demorar.
Cacá Diegues está muito satisfeito com a acolhida de Os Herdeiros no recente festival de cinema: - É mas preciso vender o filme em Paris. Aqui é difícil, o mercado é limitado.
Nara Leão acompanha o marido na viagem e na satisfação:
- O filme foi muito bem recebido. Pena ter caído no mesmo dia do Fellini. O Fellini fez a maior onda, mil promoções, essas coisas de brasileiro.
Brasileiros continuam entrando e saindo pelo ladrão.
-Oi, bicho. Oi, meu querido. Como vai essa força? É genial! Aquêle abraco.
Caio Mourão distribui amuletos às senhoras e explica:
- São chifres. Ponha os chifres de molho até amarelar e assim eles ficam com cara de chifre velho.
-Conversa vai, conversa vem, o tempo passa e fecha o restaurante. Lá fora bate o primeiro ventinho frio e o grupo vai-se dissolvendo. Amanhã vai esfriar de verdade. A gente vai usar sapatão pesado, paletó pesado, sobretudo, luva de lã. Ninguém vai falar português, muito menos cantar samba na praça. É claro, que bobagem, o Brasil fica longe pra burro, cada vez mais longe.
- Vamos tomar á última no bar que fecha tarde?
- Que nada, bicho, deixa eu puxar um ronco que não sou leão.
O Departamento de Pesquisas decidiu inaugurar suas atividades em Roma rebuscando as origens remotas do PASQUIM. Seu generoso arquivo de amizade informara-lhe que a palavra pasquim deriva de Pasquino, personagem que habitou e abalou a Roma do Século XV. Partindo desse dado o Departamento passou a desemaranhar os livros e as ruas desta cidade para, após cuidadoso e exaustivo exame, salvar de traças e ruínas o serviço que segue abaixo.
Mestre Pasquino teria sido o barbeiro predileto dos figurões da corte e do clero. Corta daqui, apara dali, e a nobre clientela fofocando. Pasquino fazia-se de surdo e bobo, mas na manhã seguinte os vícios dos ilustres já eram do conhecimento público. Outras versões sustentam que Pasquino foi um alfaiate ou, ainda, proprietário dum restaurante. Uma última fonte classifica-o "literator seu magister Iudi (vide Carmina qua ad Pasquillum fuerunt posita in anno MCCCCCIX)", coisa que o Departamento de Pesquisa não pode constatar por absoluta ignorância do latim.
De um modo geral, porém, as indicações coincidem na imagem dum Pasquino intimamente ligado à classe dominante, da qual gozava os melhores favores e publicava os piores segredos. O privilégio da informação direta e o talento para o verso satírico valeram-lhe uma reputação que lhe sobreviveu. Ainda depois de morto, Pasquino continuou a desacatar autoridades através de manifestos pendurados numa estátua de origem obscura. Escondidos sob o prestígio e o estilo do mestre, seus "secretários" compuseram célebres pasquinadas, muitas delas impublicáveis, que atacaram desde os papas do renascimento até os líderes do fascismo.
Com o tempo, Pasquino ficou sendo nome da estátua que servia de mural às pasquinadas. Eesse monummento, que na verdade ninguém sabe o que representa, acabou por superar a reputação do mestre. Tanto é que, em 1500 e tantos, o Papa Adriano VI, ficou fulo da vida e resolveu destruir a estátua, ordenando que se a mutilasse e atirasse no Tibre. Torquato Tasso, com muita sabedoria, dissuadiu o Papa afirmando que, mesmo no fundo do rio, Pasquino contaria com a voz das rãs para espalhar o vitupério.
Como testemunha da História e das lendas, sobra apenas um rosto desfigurado sobre um tronco de mármore corroído. Trata-se da outrora implacável estátua de Pasquino, encostada discretamente na pequenina praça do mesmo nome.
Ultimamente Pasquino tem andado quieto, protegido ou censurado por uma cerca de um guarda civil. Entretanto, graças à fotografia de Araújo Netto e à ousadia dum alpinista eventual, o Departamento de Pesquisa conseguiu reanimar a velha estátua em versão tropical. Desafiando a polícia, eis o fruto da temível pasquinada: um papagaio de Copacabana, uma alusão ao rato televisivo, um exemplar do Pasquim e o boneco Fio travestido em tricolor.
Chico conta a longa luta de um brasileiro em Capri querendo um lugar ao sol
O vosso correspondente em Roma não se encontra em Roma. Em Roma não há ninguém. Fugiram todos à praia em gozo de sol e férias. Sigo a multidão com minha tenda, meu trapézio e meus leões. Essa é a vida de artista, correr aonde está o público para poder fingir que é o público a nos correr atrás. Dia desse baixei em Capri, que segundo o cicerone, ostenta as praias mais lindas do mundo depois do Rio de Janeiro. Comovido, agradeci, dobrei a gorjeta e fui conferir. Realmente o azul do mar, com as rochas brancas e a mata cheirosa, é um espetáculo único. Mas ir à praia, aí é que são elas. Convenci-me de que brasileiro não sabe tomar banho de mar, e olha que tive o maior empenho em aprender.
- Paga-se a entrada!! Pois não. Paga-se o vestiário? Pois não.
O mictório também? Não tem problema.
Entrada, vestiário, mictório, guarda-sol, cadeira, bóia, desci à praia cheio de tickets e privilégios. Irrepreensível, pensei. Agora que descobri os macetes é só deitar na areia, comprar um chica-bom e pensar besteira, igual a Copacabana. Mas qual não foi minha surpresa quando cheguei à areia (pedregulhos) e a encontrei literalmente repleta de cabeças, pernas, barrigas e bumbuns. Tentei abrir caminho, pedi um passinho à frente, por favor, disse que ia saltar no próximo ponto, mas os corpos estavam surdo-moles no mormaço. Recuei alguns metros, pisei nas partes duma senhora e subi os degraus de volta. Lá em cima, sobre o cimento, havia um colchão de ar jogado à toa. Deitei e ameacei um cochilo mas o bilheteiro balneário veio perguntar em inglês se eu era da família americana. À minha primeira pronúncia ficou evidente que eu não era não de tão boa família, diante do que fui convidado a me retirar do colchão esplêndido. Nisso me revoltei bradando que queria um lugar ao sol, queria um lugar ao sol, frase que aprendi nos bastidores da televisão. Na minha terra, insisti, a praia é do povo como o céu é do condor.
- Mas aqui o colchão é dos americanos - disse o bilheteiro friamente.
Eu não ia discutir, ainda mais que os americanos tinham acabado de invadir a lua, uns dias antes. Eu não ia discutir por causa dum colchão de ar. Não discuti mas fiquei com aquilo atravessado na garganta, por isso fui até o bar para engolir melhor. Uma droga dum colchão de ar. Sentei no bar e fiquei vendo os americanos prostrados ao sol. Pareciam cada vez mais bonitos, saudáveis, bronzeados, e eu muito cinzento e verde. Assim passavam-se as horas e nada de vagar um só buraquinho. Pelo contrário, chegavam sempre novos banhistas, desses gordos, sem ossos, gelatinas. Iam falando please e acabavam se encaixando. O aglomerado já formava uma massa tão comprimida que dali a pouco, com mais um aperto, dava a impressão que uns e outros iam estourar para o alto que nem pipoca. E quando alguém se levantava, deixava sempre um chapéu para garantir a vaga. Às cinco e meia resolvi desistir, mas aí abriram um primeiro espaço. Saiu um, saíram dois, saí eu e corri a reservar meus pedregulhos. Sobrou uma cadeira, tomei conta. Apossei-me duma bola, dum colchão, dum guarda-sol, tudo junto. Afinal eu tinha os tickets, estava no meu direito. Só achei estranho aquele êxodo assim precipitado, pois em pouco minutos eu estava sozinho na praia. Engraçado, porque americano não é de abandonar um bom lugar sem mais nem menos. Que diabo, se eles foram embora é porque algo de ruim vem por aí. Pensei em chuva, tempestade, tubarão, mas nada. Só os bilheteiros que estavam recolhendo tudo, o bar que estava fechando, o último ônibus que estava partindo e eu que estava sendo expulso. Expulsão não é bem a palavra, não é exata. Mas ficam aqueles garçons resmungando e olhando para a sua cara. E vem aquele empregado mandando você erguer os pés, os dois ao mesmo tempo, para passar o escovão debaixo. Como boteco de português à meia-noite. Que é isso, perguntei, vai fechar a praia? Pois é claro, disse o empregado, às seis horas nós fechamos tudo. E continuou a esfregar sabão na praia. Não era o caso de contestar a organização lá dêles, mas confesso que fiquei perturbado. Ainda mais quando, ao deixar o local, olhei para o mar e vi o que vi. Aliás, não sei se vi mesmo, é difícil acreditar. Vai ver que o sol me batera na cabeça de mau jeito. Ou então fora o gin, sei lá, gin é uma bebida desleal. Não posso jurar nem peço que me creiam, mas o que vi foi o seguinte: o mar esvaziando, esvaziando, os barcos acomodando-se entre as pedras e o Mediterrâneo sendo chupado pelo ralo, dando lugar a magníficas auto-estradas, caminhões, ferrovias, semáforos, supermercados, perdendo-se de vista no horizonte.
Acordo com nova disposição, penteado novo. Jornalista Francisco, prazer, exercendo meu ofício com toda a assunção. Já começo até a receber cartas, vejam só. Um jornalista recebe muitas cartas. Transcreve as amáveis quando falta assunto e responde às odiosas com fina ironia. De qualquer modo, o jornalista sai-se sempre tão bacana que é comum duvidar-se da autenticidade de sua correspondência. Pois dou hoje minha entrada no rol dos suspeitos afirmando que desde a minha estréia neste pasquim, recebi um trecho de carta, dois pacotes de cigarros, um telefonema e uma dúzia de lingüiças. A carta partiu da Sra. Lúcia Reis, de Ipanema, flamenguista, casada com flamenguista, naturalmente. No gostou do meu primeiro artigo, isto é, não gostou da vitória do Fluminense. A Sra. Lúcia Reis, de Ipanema, informa que ser Flamengo é morar no Encantado. É tomar umas e outras, sentar na geral, participar do suor comum, coisas que também aprovo sem o menor pudor. Depois ela fala da coluna social, de impedimento, de Armandinho, e de outros argumentos que não entendi bem. Mas deixo de responder diretamente à Sra. Reis, em cuja caligrafia reconheço a inspiração do marido, para desfazer um equívoco maior. Duma vez por todas: sou Flamengo. Todo bom tricolor, a princípio, é rubro-negro. Porém, é um rubronegro tão curtido e fermentado pela vida que, um belo dia, pode chegar à mesa e declarar: "Irmãos, consegui! Finalmente torço pelo Fluminense." E os irmãos, pondo-se em fila indiana, inclinando-se e cumprimentando-o: "Parabéns, companheiro, você merecia."
Bem-vindos os vinte maços do meu cigarro enviados por João Manuel Fernandes, de São Paulo. Menos bem-vinda a notícia que os acompanha: a minha marca preferida está acabando. Parou no Rio, parou em Minas. Seu último reduto é a valente capital bandeirante que não pode parar. Aí fico meditando sobre a ingratidão humana. Porque, quando a gente adota um cigarro, presume estar fazendo uma opção para o resto da vida. Assim fiz eu aos 15 anos, com precoce determinação. Vieram os cigarros com filtro, não me alterei. Não me arrebataram os cigarros longos king size, marca de nobreza e distinção. Resisti até ao anúncio da moça loira, aquela da boca grande, disposta a qualquer aventura com o homem que fumasse mentolados. Veio o cigarro americano, a propaganda do câncer, veio o aumento, a tosse, e cá estou eu inexpugnável, dez anos de fidelidade, cinqüenta cigarros por dia. Façam as contas, senhores fabricantes, pensem no caso e tenham piedade de mim.
Tom Jobim telefona de Londres... Diz ele que Londres é bom, é civilizado, é civilizado mas é bom. Então ele mostra o bolero que compôs para o filme. O João Gilberto faz muito bem de estar lá no México, diz ele. O Vinícius voltou ao Brasil, né? É, o Vinícius é que está certo. O Caetano Veloso também. Aí ele manda eu esperar um pouco e fica aquela linha pendurada na Europa. A telefonista não gosta disso e começa a brigar comigo. Volta o Tom e diz que o Drummond é que tem razão: "O poeta é um ressentido, o mais são nuvens." O Caymmi também sabe o que diz. Quando o cobrador pergunta pelo último samba, o baiano responde que emburreceu, só isso. Em Londres ninguém cobra nada, tem aquela cerveja inteligente e aquela grama bem cortada. Em Londres só não come bem quem não conhece o Mercado e as sutilezas da língua. Tom, por exemplo, vai à compra toda manhã e ordena: "Dry meat and string beans", ou seja, carne seca e feijão de corda, que além de bom engorda.
Por falar em comida brasileira, e para terminar, quero agradecer à alma bondosa e anônima que deixou lingüiça na porta de casa. Era só o que faltava. Enfim tenho a matéria prima para organizar a maior feijoada de Roma, assim que as fraldas de minha filha desocuparem o caldeirão.
Ser antiflamenguista e ostentar no meio da cara um diploma de ressentido. É detestar Mangueira, o carnaval e tudo o que cheire a popular e unânime. O neném desmamado, o menino asmático e o homem traído, esses terão sempre o direito de gritar contra o Flamengo. Por isso mesmo é muito fácil ser rubro-negro. Fácil de mais. É como ser a favor do sol no meio do deserto, ou comemorar o Dia da Árvore no coração da Amazônia. Aliás, nunca existiu um flamenguista. Flamengar é verbo imperfeito que só se conjuga no plural. Por exemplo: E advogo, tu bates o ponto, ele mata mosquito; nós flamengamos, vós flamengais, eles flamengam. Mas torcer pelo Fluminense, modéstia à parte, requer outros talentos. Precisa saber dançar sem batucada. O tricolor chora e ri sem ninguém por perto. Ele merece um campeonato, ele merece. Antes mesmo de ser informado, via satélite, por essa estranha seita chamada "Jovem Flu", fiquei sabendo da notícia por meu pai, que é Bonsucesso. Um "Velho Bom", em suma. Depois veio o telefonema dum bando de amigos, jogadores e rodrigues, cujo amontoado de vozes deixou-me entender pouco mais que a confirmação da vitória. Mas foi o bastante para me deixar emocionado e sem sono, fumando na janela. Eram cinco horas da madrugada e ninguém se manifestava nas redondezas do Vaticano. Ignoravam o campeão carioca num silêncio canônico, donde pude constatar que, naquele exato momento, em assuntos de futebol eu era o homem mais feliz de Roma. O amigo Franco Beretta, co-proprietário do bar Nuova Sicília, ofereceu-me um vinho pela vitória do Fluminense no campeonato brasileiro. Bom, eu disse brasileiro para simplificar, porque eles não entendem os nossos campeonatos regionais. Disse também que a bandeira do campeão brasileiro era igual à da Itália, vermelha, verde e branca, mas evitei jurar que se tratasse de uma homenagem. O Franco Beretta achou que era uma homengem sim, que tem muito italiano no Brasil, ele mesmo tem um primo que está milionário em Montevidéo. Para dizer a verdade, o vermelho do Fluminense é mais chegado ao tom do vinho barolo que o Franco ofereceu mais um. E o verde da camisa tricolor é o mesmo das azeitonas que a gente foi comendo e comendo, falando de futebol.
Não, o Pelé é do Santos. Se o Fluminense ganhou do Santos? Ora, pois já não lhe disse que o meu clube foi campeão? (Franco Beretta, como todo italiano, desconfia muito de futebol brasileiro sem Pelé). Você pode comparar o Fluminense com o time da Fiorentina, campeão da Itália. No lugar do Superach temos o Félix, goleiro da seleção. No lugar de Amarildo temos o Lula, e daí? Se achar pouco um Lula, tome um Lulinha que eu nunca vi mas já gostei. Pega o Ferrante, líbero da cabeleira loura e abundante, faz uma permanente e pinta todo de preto, pinta de novo porque não ficou no ponto, passa uma terceira mão de tinta, fosforescente, e você tem o Denílson. O De Sisti, capitão fiorentino e gênio nacional, é um Samarone sem malícia. Se o Samarone é do escrete? Não é não. Nem o Galhardo. O Chiarugi, ah. Chiarugi é um maluco, segundo o meu amigo italiano. Chegou a ser afastado do primeiro time porque dribla muito mais, engraçado, foi com a sua volta que a Fiorentina partiu firme para a liderança. Vem cá, O que Chiarugi seria capaz de marcar um gol com a mão? Ah, aquele é capaz de tudo, diz o italiano, pode ser até que o juiz confirme o gol. E então meu caro Beretta, você não acha que ele é um ponta-direita para a seleção italiana? Para a seleção está bem, diz ele, se o Chiarugi marcar gol de mão contra a minha Roma desço no campo e faço um estrago naquela cara.
Franco Beretta ia sendo convertido mansamente. Passei do Wilton para o Oliveira, deste para o Assis, daí ao Silveira e a bola foi parar nos pés do Cláudio. Nisso o Franco centrou e perguntou pelo nosso Riva, o artilheiro. Mas qual Riva, qual nada, muito melhor! (Riva foi o goleador do campeonato italiano: 19 gols em trinta partidas.) E você vem falar de Riva. Olha aqui, não sei como lhe explicar, mas o campeonato carioca começa com doze clubes e de repente tem oito, quer dizer... O fato é que o Flávio foi o artilheiro do Brasil com 49 gols e pronto. Se é novo esse Flávio? É, começou este ano. Não, antes dele a gente não costumava fazer gols. Antes do Flávio jogava de centro-avante o fantasma do Valdo. E tem mais: a revelação do ano é um sujeito que se chama Cafuringa. Mas ao aouvir Cafuringa o meu amigo achou demais, disse que eu já estava exagerando e foi cuidar da vida.
No dia 28 de março, nascia a filha de Chico Buarque de Hollanda e Marieta Severo. O parto, induzido e difícil, causou algumas complicações. A menina nasceu com algumas manchas no rosto e a cabeça ligeiramente deformada. Mas, apesar da preocupação do pai, os problemas desapareceram no terceiro dia e Sílvia já está em boa forma. Marieta, que foi internada na Clínica Moscatti, nos arredores de Roma, resistiu bravamente ao seu primeiro parto e assim que pode, numa rápida assembléia com Chico, escolheu Vinícius de Moraes para padrinho, Na confusão dos três primeiros dias de sua filha Chico fala para Fatos e Fotos sobre a menina, o trabalho e as saudades do Brasil.
Estou em Roma desde o início do ano e pretendo ficar até julho, mais ou menos, depende... É preciso tomar um chá de tranqüilidade assim de vez em quando. A Itália oferece trabalho, Roma é apaixonante e o italiano é quase irmão da gente.
Saudades do Brasil é claro que tenho. Da praia, do Antonio´s, do futebol, dos amigos. Dos amigos, principalmente, mas ainda bem que puseram um satélite lá em cima e a gente se telefona volta e meia.
Não vou vou dizer que estou estourando na praça européia porque é mentira. Meus discos vendem bem, está dando para viver, já é muito. Os críticos aplaudem, os teatros também, mas o sucesso popular, popular mesmo, não é mole, sabe? A gravação Far Niente (bom tempo), as aparições na televisão e um programa fixo na rádio estão ajudando. Pelo menos o público já sabe que eu sou Tchico Barcue, cantautore brasiliano, conterrâneo de Pelé, Garrincha e Altafini.
Vou a Paris gravar um álbum em francês, com as mesmas músicas do disco italiano. Isso de ficar cantando em língua estrangeira não estava nos meus planos, mas é o mínimo que a gente pode ajudar para se fazer entender. Esse tal de velho mundo tem o ouvido cansado, carece de um ritmo novo, de melodia diferente. Mas é preciso ir aos poucos, facilitar, senão eles acham que samba é exotismo nosso. É por isso que faço questão de acopanhar as traduções, mesmo convencido de que é impossível traduzir o espírito, as rimas e os ritmos que o samba tem. Ainda bem que tenho como tradutor a excelente figura de Sérgio Badotti, italiano que ama o Brasil como poucos brasileiros. Agora ele está trabalhando também com o Vinícius. Ele paquera o samba com amor e tempo integrais.
Tenho composto sim, devagar e sempre, coisas novas para lançar no Brasil. Aliás, no fundo tenho pensado mesmo é nas gravações brasileiras. A essa altura já deve ter saído por lá um disquinho com umas e outras. Taí uma gravação que me deu gosto. O resto segue num elepê até junho. É bom mesmo que faça esse disco correndo, senão a fábrica continua lançando meus discos estrangeiros no Brasil. Quanto a festivais, trato de tirar o corpo fora. É justo que o público exija caras novas e vice-versa. Eu já estava virando cara velha.
Não, minha filha não vai se chamar Rita, nem Carolina. Nem Roda-Viva. Talvez Sílvia, não sei. Temos ainda um mês para decidir e registrar no consulado, brasileirinha sim senhor.
Olha aí, pode dizer até que eu sou esse artista de projeção, mas deixa eu brincar de vez em quando. Três anos de vida pública cansam qualquer um, mas não quero que minha filha me encontre circunspecto. Afinal, ela é afilhada do Vinícius, há de ser minha amiga. É por isso que, à noite, sempre vou grudar o rosto no vidro do bercário. Ela é muito preguiçosa e dorme o tempo inteiro, rindo. Mas, quando abrir o olho, ela talvez me veja como vejo meu pai. Sabe duma coisa? Ela não vai ser filha de Chico Buarque nenhum. Eu é que vou ser pai dela.
O cantor Chico Buarque sempre foi um jovem moderado. Nos tempos de estudante não pixava o muro. Quando muito fazia pipi no muro. Suas primeiras canções de protesto eram acolhidas complacentemente nos salões. E seus cabelos eram curtos, o que lhe valia a consideração dos homens de bem. Recentemente, estando na Itália sem fazer nada, o cantor Chico Buarque deixou crescer todos os pelos para ver que bicho que dava. No começo só dava coceira na barba. Aos poucos foi dando um bode ou outro. O jornaleiro que parou de dizer buongiorno, o fruteiro que passou a atendê-lo por último e o bar-man que deixou de apreciar o futebol brasileiro. No restaurante escondiam Chico Buarque atrás da coluna e o jantar chegava sempre frio. Sua nota de mil liras era examinada contra a luz.
Aí já era culpa do cabelo que crescia exageradamente em todas as direções, contrariando a ordem estabelecida. Quando Nixon visitou Roma um amigo de Chico advertiu: ''Se você sai na rua com esse cabelo os homens te pegam firme." Diante disso o nosso moderado artista plantou-se em casa à espera de algum contrato de trabalho. O trabalho agora tornava-se mais difícil porque, segundo o empresário, Chico Buarque já não pertencia ao catálogo de cantores de cabelo curto e, por outro lado, não sabia tocar guitarra elétrica. Restava voltar ao Brasil, mas com que cabelo? Cortar ou não cortar, a questão assumia proporções dramáticas. Algo como: fazer o programa do Chacrinha ou o do Flávio Cavalcanti?
Mirando-se no espelho, repetia o cantor: corte-o ou deixe-o. Os cabelos curtos são aconselháveis à saúde nos climas tórridos e mesmo temperados. Mas os cabeludos são mais simpáticos que os não. Corte-o ou deixe-o? Enfim, Chico Buarque optou por uma solução moderada: cabelos curtos mas barba, ainda que rente. Por causa do calor entenda-se. E porque ele não é Leão. E porque é chato ter que explicar tudo uma porção de vezes. Mas a filha de Chico Buarque, coitada, que ainda é pequena e não sabe de nada, ao vê-lo voltar do barbeiro de cabelos comportados, levou um susto horrível, chorou sete noites e sete dias, e nunca mais falou com ele.
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